Chi guida le barche negli ultimi tratti di mare? Così ‘Io capitano’ insegna a cambiare lo sguardo sui migranti
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Un film in cui “non c’è tutto, ma c’è tanto” dei viaggi dei migranti, in cui “c’è soprattutto l’attenzione al vissuto delle persone, a dolore, sofferenza e speranze”, lo inquadra don Mattia Ferrari, cappellano di bordo della nave Mediterranea – Saving Humans. Un film “bello, ma soprattutto realistico, molto preciso. Una storia vera e commovente”, ma al tempo stesso un ‘modo’ per dire che “un’invasione di migranti” in Italia “non c’è, non esiste”. E dunque, spiega a sua volta Maurizio Ambrosini docente di sociologia delle migrazioni dell'Università degli Studi di Milano e firma di Avvenire, per ‘aprire gli occhi’ sulle “narrazioni tossiche” sull’immigrazione.
Che film? “Io Capitano” di Matteo Garrone di cui il Centro Astalli di Bologna ha organizzato una proiezione al PopUp Cinema Arlecchino di Bologna come momento di incontro e formativo. Don Mattia e Ambrosini hanno fornito, prima della proiezione, le ‘chiavi’ di lettura, sguardo e ascolto. Il Centro Astalli li ha invitati perché, come dice il suo presidente Francesco Piantoni, sono “due punti di riferimento quotidiani per raccogliere dati, informazioni e orientarci. In questa fase, se c’è una cosa buona da fare è avere consapevolezza per fondare le azioni su dati concreti e reali e sui volti umanissimi delle persone, che sono ben rappresentati nel film di stasera”. E in effetti le cose stanno proprio così.
VOLTI, NON NUMERI
“Nel film vedrete la storia di queste persone, nel film non c’è tutto ma c’è tanto, ma c’è soprattutto l’attenzione al vissuto delle persone, a dolore, sofferenza e speranze. E c’è quindi l’invito a uno sguardo che si posa sulle persone, su ogni persona e su ogni migrante. Invece- evidenzia don Mattia- nei telegiornali i migranti sono ridotti a numeri e a cose”. Ecco che allora il film “è un potente richiamo alle nostre coscienze”, a riscoprire che “ogni migrante è un volto, ha un nome e una storia”. E che ‘accorgersi’ di questo, ha degli effetti: è uno stile che genera relazioni e reazioni (spesso positive) a catena. “E’ dall’incontro con questi migranti e con le loro storie che sono nati incontri tra coloro, tra le varie realtà che sono accanto a queste persone, che accolgono queste persone in quanto volti, storie, come fratelli e sorelle”.
‘Io Capitano’, continua don Mattia, “ricorda che ogni migrante che arriva e bussa alla porta ha con sé un anelito di vita ma anche alla fraternità. I migranti chiedono di essere riconosciuti più che come persone”, chiedono di essere ‘visti’ come persone “con cui si ha un legame forte, di fraternità”. Dunque, tira le somme don Mattia, “un film che non è solo un bel film, ma un’opera che vuole svegliare le coscienze, perché le persone con le stesse storie di quelle raccontate in ‘Io capitano’ sono fra noi, bussano e ci chiedono una fraternità che aiuta a riscoprirci fratelli e sorelle fra di noi”.
E I NUMERI ‘DICONO’ UN’ALTRA VERITA’
Ci sono “dati alla portata di tutti” che dimostrano, continua il prof Ambrosini, che l’Italia non subisce alcuna “invasione di migranti”: da 12 anni l’immigrazione è un fenomeno stazionario “e perfino diminuito”. Tra chi arriva e chi lascia l’Italia si contano 5 milioni di presenze, compresi i bambini nati in Italia compresi, e 500.000 irregolari; 340.000 rifugiati a fine 2022, di cui il 40% ucraini. Nel 2023 il dato dovrebbe essere salito a 400.000, l’8% della popolazione “e tutto il dibattito pubblico si è incagliato su un modesto 8%. Ci sono sbarchi ma questo non significa che ci sia una invasione. Così come va smontata la narrazione di un’Europa come immenso campo profughi”, dice Ambrosini, che cita un dato di 965.000 persone accolte con asilo di cui 77.000 in Italia e dunque ancora un 8%. Francia, Germania, Spagna e anche Austria accolgono più dell’Italia.
“E’ una fantasia che l’Italia sia assediata da torme di richiedenti asilo. E in Europa c’è meno del 10% dei rifugiati di tutto il mondo”: solo la Germania è tra i primi dieci paesi nel mondo per accoglienza, in Libano c’è invece si conta un rifugiato ogni 7 abitanti, in Svezia uno ogni 4, in Italia uno ogni 175. “Siamo quelli che accogliamo meno rifugiati nella parte occidentale dell’Unione europea”.
CHI GUIDA LE BARCHE NEGLI ULTIMI TRATTI DI MARE?
Per Ambrosini, se i numeri dicono ‘un’altra verità’, una delle prime cose da fare è cercare di “superare il ‘sentito dire’, e le narrazioni tossiche: anche un film emozionante come questo aiuta a trovare più verità ad esempio sui vituperati scafisti e su chi guida le barche negli ultimi tratti di mare”. Dunque, bisogna ‘lavorare’ per “ripulire la narrazione, la ricerca di soluzioni passa dalla distinzione di diversi tipi di immigrazione”. Ad esempio, ‘aiuta’ sapere che la maggioranza di stranieri in Italia sono donne (47%), sono europei e due su tre arrivano da paesi a tradizione cristiana… “Bisogna guardare all’immigrazione pensando al fatto che l’Italia è carente e cerca medici, infermieri, studenti, lavoratori… ma vengono fatte scelte di Governo che chiudono le porte e condannano, chi arriva qui, alla vita dei senza fissa dimora e al rimpatrio. Ci sono però soluzioni migliori dei terribili viaggi in mare, ci sono i canali dell’asilo, i percorsi di reinsediamento (ma ancora con tante barriere alla presentazione delle domande), ci sono le sponsorizzazioni private e miste, i corridoi umanitari…”. Insomma, “si può far crescere una accoglienza diffusa senza oneri per lo Stato. Le soluzioni ci sono ma si deve cambiare lo sguardo”, conclude Ambrosini. Poi luci spente in sale e occhi al grande schermo.