La storia di Giona, profeta della Bibbia, è quella di un migrante e naufrago. E’ Una storia che ‘parla’ anche all’oggi. Lo ha fatto a teatro, nelle scorse settimane, con “Aspettando Giona” suscitando l’interesse di tanti. Ma anche qualche riflessione. Ecco allora quella di Francesco Piantoni, presidente del Centro Astalli di Bologna, per continuare a lasciarsi interrogare e stimolare.
Io che sono un uomo di montagna mantengo sempre una certa sensibilità al lessico che mi riporta a quel mondo. E così ascoltando il racconto di Giona – tutt’altro che un racconto di montagna! –, quando la pancia del pesce che poteva inghiottire e far scomparire il profeta dentro di sé diventa invece per lui un rifugio, mi sono sentito interpellare. Mi interrogo su come possiamo offrire al naufrago un giusto rifugio, invece che inghiottirlo semplicemente, facendolo scomparire dentro le nostre fabbriche di packaging, nella nostra Motor Valley di pianura, nel grande sistema della logistica e della distribuzione, nel retro di un ristorante, nei cantieri dell’edilizia.
Chi ottiene asilo lo chiamiamo rifugiato, colui che trova posto dentro un rifugio. Allora come renderci noi un rifugio diventa la questione centrale: sia in termini personali, sia in termini di servizi. In montagna un rifugio è il pasto caldo alla fine della camminata, è il canto serale che sale dalle braci del camino, il caldo silenzio della camerata, il ristoro che consente di ripartire il giorno seguente.
Rifugio é mettere in sicurezza l’altro per consentirgli di riprendere la strada non appena le condizioni sono migliorate. Risputato fuori dalla pancia del pesce, Giona arriverà a Ninive risparmiandola dalla distruzione. Nella misura in cui ciascuno di noi riesce ad essere un rifugio per l'altro, allora forse chi è rifugiato può diventare quel profeta che annuncia un cambiamento per le nostre vite. E a noi come parla chi ottiene rifugio? Come lo lasciamo parlare? Che cosa ci sta comunicando?
Lasciando spazio a queste riflessioni, suggerisco di prendere in mano gli ultimi rapporti della fondazione Migrantes, con i dati snocciolati a teatro da monsignor Perego, e soprattutto di proseguire l’ascolto su Spotify del trio Abdo Buda Marconi, che accompagnava lo spettacolo con il loro repertorio di musiche mediterranee.